Archive pour le 9 avril, 2007

Noli me tangere

nolimetangere2.jpg

immagine dal sito:

http://www.immaginidistoria.it/immagine1.php?id_img=1042&id=38&id_epo=13

Casa Buonarroti (Firenze) Jacopo Carucci (Pontormo) Noli me tangere (da Michelangelo). 1532 circa L’opera deriva da un cartone, perduto, di Michelangelo eseguito a Firenze nel 1531 e raffigurante un Cristo che appare alla Maddalena nell’orto. Il cartone venne tradotto immediatamente in pittura da Pontormo, per suggerimento dello stesso Michelangelo che seguì da vicino il lavoro, svolto nella sua stessa abitazione.

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Patriarca Bartolomeo, Pasqua, la morte è stata definitivamente vinta

dal sito: 

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=8948&size=A

 

TURCHIA
 

Patriarca Bartolomeo, Pasqua, la morte è stata definitivamente vinta

Nel suo messaggio pasquale il Patriarca scrive che i credenti non debbono più avere paura della fine dell’esistenza, perché Gesù è risorto, e noi con lui.

 

Istanbul (AsiaNews) – La morte è stata sconfitta e chi crede in Gesù deve guardarla senza paura, preoccupandosi solo di avere fede e mantenere “pura” la propria anima. La lieta novella dell’annuncio della Risurrezione e quindi della vittoria sulla morte è al centro del messaggio pasquale del patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, che questa notte verrà letto in gran parte del mondo ortodosso. 

  

“Cristo è risorto! – scrive il patriarca – Di nuovo riecheggia questo lieto messaggio dei cristiani in una società di benessere, per la sua maggioranza cristiana. Ma questa società rinuncia ad interrogarsi sulla questione della morte e continua a vivere  come se la morte fosse inesistente e la risurrezione inutile. Eppure non c’è cosa più tremenda del mistero della morte come dicono  l’innografo della chiesa e la realtà quotidiana. La paura della morte, evidente per chi ha problemi di salute e gli anziani, per quanto si cerca di rinviarla con vari metodi, consuma la pace dei cuori e riempie l’anima con ingiustificabile angoscia perché questa continua  incertezza la rende  insopportabile”. 

  

“A questa incertezza – prosegue il messaggio pasquale – ha dato fine la resurrezione del Nostro Signore. La morte non domina più la vita. Non è più l’ inevitabile  fine della nostra esistenza. La lastra tombale non copre più eternamente la nostra esistenza con l’eterno silenzio. Il masso che chiudeva  l’ingresso della  tomba di Cristo venne rimosso e il Nostro Signore usci trionfatore, superiore alla morte. La paura della morte sparì per chi segue le sue tracce e il tutto si riempì di gioia e speranza. 

Dove sei morte centro di tutto, dov’è la tua vittoria, Ade, esclamava trionfante   il nostro predecessore San Giovanni Crisostomo. Certamente per molti le nostre parole suonano come un delirio. Gli ateniesi quando sentirono l’apostolo Paolo parlare della resurrezione dei morti, sorrisero ironicamente e rivolgendosi a lui gli dissero “ne parleremo di nuovo”. Gli stessi apostoli benché avessero sentito dal Signore che il terzo giorno sarebbe risuscitato, ebbero difficoltà di accettare il messaggio delle donne che annunciava loro che Cristo è risorto”. 

  

“Noi, carissimi fratelli e sorelle in Cristo – scrive ancora Bartolomeo I – viviamo la ripetuta morte e la continua resurrezione del Signore. Non soltanto tramite l’iconografia della chiesa, ma anche tramite la vita dei nostri santi e martiri antichi e contemporanei. Il Signore è risorto e ha donato la vita .Ma continua a risorgere e donare la vita. La morte è diventata ormai una porta di transizione in un nuovo stato di vita. Ha cessato di essere la prigione delle anime, una via senza uscita, uno stato di disperazione. Gli steccati della morte furono sciolti e  per chi segue Cristo può tornare nella vita insieme a Lui. Abbiate fede e speranza carissimi fratelli e sorelle, rinunciate alla paura della morte e le angosce della vita”. 

  

“Per i credenti – termina il messaggio – non esiste la morte. Purificate soltanto le vostre anime e corpi e seguite il Signore, il quale è la nostra resurrezione. Il lieto messaggio della risurrezione non è estraneo e indifferente per noi, ma riguarda tutti noi, e ci deve riempire di gioia quando si esclama “Cristo è risorto. Perché è veramente risorto” e insieme a Lui anche noi”. 

  

 

Omelia di Benedetto XVI nella Veglia Pasquale

dal sito Zenith:

Data pubblicazione: 2007-04-08

Omelia di Benedetto XVI nella Veglia Pasquale

CITTA DEL VATICANO, domenica, 8 aprile 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo lomelia pronunciata da Benedetto XVI nella Veglia nella Notte Santa di Pasqua nella Basilica di San Pietro in Vaticano.

Cari fratelli e sorelle!

Dai tempi più antichi la liturgia del giorno di Pasqua comincia con le parole: Resurrexi et adhuc tecum sum sono risorto e sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua mano. La liturgia vi vede la prima parola del Figlio rivolta al Padre dopo la risurrezione, dopo il ritorno dalla notte della morte nel mondo dei viventi. La mano del Padre lo ha sorretto anche in questa notte, e così Egli ha potuto rialzarsi, risorgere.

La parola è tratta dal Salmo 138 e lì ha inizialmente un significato diverso. Questo Salmo è un canto di meraviglia per lonnipotenza e lonnipresenza di Dio, un canto di fiducia in quel Dio che non ci lascia mai cadere dalle sue mani. E le sue mani sono mani buone. Lorante immagina un viaggio attraverso tutte le dimensioni delluniverso che cosa gli accadrà? « Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dellaurora per abitare allestremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno loscurità mi copra…», nemmeno le tenebre per te sono oscure per te le tenebre sono come luce » (Sal 138 [139],8-12).

Nel giorno di Pasqua la Chiesa ci dice: Gesù Cristo ha compiuto per noi questo viaggio attraverso le dimensioni delluniverso. Nella Lettera agli Efesini leggiamo che Egli è disceso nelle regioni più basse della terra e che Colui che è disceso è il medesimo che è anche asceso al di sopra di tutti i cieli per riempire luniverso (cfr 4,9s). Così la visione del Salmo è diventata realtà. Nelloscurità impenetrabile della morte Egli è entrato come luce la notte divenne luminosa come il giorno, e le tenebre divennero luce. Perciò la Chiesa giustamente può considerare la parola di ringraziamento e di fiducia come parola del Risorto rivolta al Padre: « Sì, ho fatto il viaggio fin nelle profondità estreme della terra, nellabisso della morte e ho portato la luce; e ora sono risorto e sono per sempre afferrato dalle tue mani ». Ma questa parola del Risorto al Padre è diventata anche una parola che il Signore rivolge a noi: « Sono risorto e ora sono sempre con te », dice a ciascuno di noi. La mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente perfino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce.

Questa parola del Salmo, letta come colloquio del Risorto con noi, è allo stesso tempo una spiegazione di ciò che succede nel Battesimo. Il Battesimo, infatti, è più di un lavacro, di una purificazione. È più dellassunzione in una comunità. È una nuova nascita. Un nuovo inizio della vita. Il passo della Lettera ai Romani, che abbiamo appena ascoltato, dice con parole misteriose che nel Battesimo siamo stati « innestati » nella somiglianza con la morte di Cristo. Nel Battesimo ci doniamo a Cristo Egli ci assume in sé, affinché poi non viviamo più per noi stessi, ma grazie a Lui, con Lui e in Lui; affinché viviamo con Lui e così per gli altri. Nel Battesimo abbandoniamo noi stessi, deponiamo la nostra vita nelle sue mani, così da poter dire con san Paolo: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me ». Se in questo modo ci doniamo, accettando una specie di morte del nostro io, allora ciò significa anche che il confine tra morte e vita diventa permeabile. Al di qua come al di là della morte siamo con Cristo e per questo, da quel momento in avanti, la morte non è più un vero confine. Paolo ce lo dice in modo molto chiaro nella sua Lettera ai Filippesi: « Per me il vivere è Cristo. Se posso essere presso di Lui (cioè se muoio) è un guadagno. Ma se rimango in questa vita, posso ancora portare frutto. Così sono messo alle strette tra queste due cose: essere sciolto cioè essere giustiziato ed essere con Cristo, sarebbe assai meglio; ma rimanere in questa vita è più necessario per voi » (cfr 1,21ss). Di qua e di là del confine della morte egli è con Cristo non esiste più una vera differenza. Sì, è vero: « Alle spalle e di fronte tu mi circondi. Sempre sono nelle tue mani ». Ai Romani Paolo ha scritto: « Nessuno vive per se stesso e nessuno muore per se stesso sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore » (Rm 14,7s).

Cari battezzandi, è questa la novità del Battesimo: la nostra vita appartiene a Cristo, non più a noi stessi. Ma proprio per questo non siamo soli neppure nella morte, ma siamo con Lui che vive sempre. Nel Battesimo, insieme con Cristo, abbiamo già fatto il viaggio cosmico fin nelle profondità della morte. Accompagnati da Lui, anzi, accolti da Lui nel suo amore, siamo liberi dalla paura. Egli ci avvolge e ci porta, ovunque andiamo Egli che è la Vita stessa.

Ritorniamo ancora alla notte del Sabato Santo. Nel Credo professiamo circa il cammino di Cristo: « Discese agli inferi ». Che cosa accadde allora? Poiché non conosciamo il mondo della morte, possiamo figurarci questo processo del superamento della morte solo mediante immagini che rimangono sempre poco adatte. Con tutta la loro insufficienza, tuttavia, esse ci aiutano a capire qualcosa del mistero. La liturgia applica alla discesa di Gesù nella notte della morte la parola del Salmo 23 [24]: « Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche! » La porta della morte è chiusa, nessuno può tornare indietro da lì. Non c’è una chiave per questa porta ferrea. Cristo, però, ne possiede la chiave. La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili. Esse ora non sono più invalicabili. La sua Croce, la radicalità del suo amore è la chiave che apre questa porta. Lamore di Colui che, essendo Dio, si è fatto uomo per poter morire questo amore ha la forza per aprire la porta. Questo amore è più forte della morte. Le icone pasquali della Chiesa orientale mostrano come Cristo entra nel mondo dei morti. Il suo vestito è luce, perché Dio è luce. « La notte è chiara come il giorno, le tenebre sono come luce » (cfr Sal 138 [139],12). Gesù che entra nel mondo dei morti porta le stimmate: le sue ferite, i suoi patimenti sono diventati potenza, sono amore che vince la morte. Egli incontra Adamo e tutti gli uomini che aspettano nella notte della morte. Alla loro vista si crede addirittura di udire la preghiera di Giona: « Dal profondo degli inferi ho gridato, e tu hai ascoltato la mia voce » (Gio 2,3). Il Figlio di Dio nellincarnazione si è fatto una cosa sola con lessere umano con Adamo. Ma solo in quel momento, in cui compie latto estremo dellamore discendendo nella notte della morte, Egli porta a compimento il cammino dellincarnazione. Mediante il suo morire Egli prende per mano Adamo, tutti gli uomini in attesa e li porta alla luce.

Ora, tuttavia, si può domandare: Ma che cosa significa questa immagine? Quale novità è lì realmente accaduta per mezzo di Cristo? Lanima delluomo, appunto, è di per sé immortale fin dalla creazione che cosa di nuovo ha portato Cristo? Sì, lanima è immortale, perché luomo in modo singolare sta nella memoria e nellamore di Dio, anche dopo la sua caduta. Ma la sua forza non basta per elevarsi verso Dio. Non abbiamo ali che potrebbero portarci fino a tale altezza. E tuttavia, nientaltro può appagare luomo eternamente, se non lessere con Dio. Uneternità senza questa unione con Dio sarebbe una condanna. Luomo non riesce a giungere in alto, ma anela verso lalto: « Dal profondo grido a te« . Solo il Cristo risorto può portarci su fino allunione con Dio, fin dove le nostre forze non possono arrivare. Egli prende davvero la pecora smarrita sulle sue spalle e la porta a casa. Aggrappati al suo Corpo noi viviamo, e in comunione con il suo Corpo giungiamo fino al cuore di Dio. E solo così è vinta la morte, siamo liberi e la nostra vita è speranza.

È questo il giubilo della Veglia Pasquale: noi siamo liberi. Mediante la risurrezione di Gesù lamore si è rivelato più forte della morte, più forte del male. Lamore Lo ha fatto discendere ed è al contempo la forza nella quale Egli ascende. La forza per mezzo della quale ci porta con sé. Uniti col suo amore, portati sulle ali dellamore, come persone che amano scendiamo insieme con Lui nelle tenebre del mondo, sapendo che proprio così saliamo anche con Lui. Preghiamo quindi in questa notte: Signore, dimostra anche oggi che lamore è più forte dellodio. Che è più forte della morte. Discendi anche nelle notti e negli inferi di questo nostro tempo moderno e prendi per mano coloro che aspettano. Portali alla luce! Sii anche nelle mie notti oscure con me e conducimi fuori! Aiutami, aiutaci a scendere con te nel buio di coloro che sono in attesa, che gridano dal profondo verso di te! Aiutaci a portarvi la tua luce! Aiutaci ad arrivare al « sì » dellamore, che ci fa discendere e proprio così salire insieme con te! Alleluia. Amen.

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Messaggio di Pasqua di Benedetto XVI

dal sito Zenith: 

Data pubblicazione: 2007-04-08 

Messaggio di Pasqua di Benedetto XVI 

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 8 aprile 2007 (ZENIT.org)

Pubblichiamo il messaggio di Pasqua che Benedetto XVI ha pronunciato a mezzogiorno della Domenica di Risurrezione dal balcone della facciata della Basilica di San Pietro in Vaticano. 

Fratelli e sorelle del mondo intero,
uomini e donne di buona volontà!

Cristo è risorto! Pace a voi! Si celebra oggi il grande mistero, fondamento della fede e della speranza cristiana: Gesù di Nazaret, il Crocifisso, è risuscitato dai morti il terzo giorno, secondo le Scritture. L’annuncio dato dagli angeli, in quell’alba del primo giorno dopo il sabato, a Maria di Magdala e alle donne accorse al sepolcro, lo riascoltiamo oggi con rinnovata emozione: « Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato! » (Lc 24,5-6).

Non è difficile immaginare quali fossero, in quel momento, i sentimenti di queste donne: sentimenti di tristezza e sgomento per la morte del loro Signore, sentimenti di incredulità e stupore per un fatto troppo sorprendente per essere vero. La tomba però era aperta e vuota: il corpo non c’era più. Pietro e Giovanni, avvertiti dalle donne, corsero al sepolcro e verificarono che esse avevano ragione. La fede degli Apostoli in Gesù, l’atteso Messia, era stata messa a durissima prova dallo scandalo della croce. Durante il suo arresto, la sua condanna e la sua morte si erano dispersi, ed ora si ritrovavano insieme, perplessi e disorientati. Ma il Risorto stesso venne incontro alla loro incredula sete di certezze. Non fu sogno, né illusione o immaginazione soggettiva quell’incontro; fu un’esperienza vera, anche se inattesa e proprio per questo particolarmente toccante. « Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» » (Gv 20,19).

A quelle parole, la fede quasi spenta nei loro animi si riaccese. Gli Apostoli riferirono a Tommaso, assente in quel primo incontro straordinario: Sì, il Signore ha compiuto quanto aveva preannunciato; è veramente risorto e noi lo abbiamo visto e toccato! Tommaso però rimase dubbioso e perplesso. Quando Gesù venne una seconda volta, otto giorni dopo nel Cenacolo, gli disse: « Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente! ». La risposta dell’Apostolo è una commovente professione di fede: « Mio Signore e mio Dio! » (Gv 20,27-28).

« Mio Signore e mio Dio »! Rinnoviamo anche noi la professione di fede di Tommaso. Come augurio pasquale, quest’anno, ho voluto scegliere proprio le sue parole, perché l’odierna umanità attende dai cristiani una rinnovata testimonianza della risurrezione di Cristo; ha bisogno di incontrarlo e di poterlo conoscere come vero Dio e vero Uomo. Se in questo Apostolo possiamo riscontrare i dubbi e le incertezze di tanti cristiani di oggi, le paure e le delusioni di innumerevoli nostri contemporanei, con lui possiamo anche riscoprire con convinzione rinnovata la fede in Cristo morto e risorto per noi. Questa fede, tramandata nel corso dei secoli dai successori degli Apostoli, continua, perché il Signore risorto non muore più. Egli vive nella Chiesa e la guida saldamente verso il compimento del suo eterno disegno di salvezza.

Ciascuno di noi può essere tentato dall’incredulità di Tommaso. Il dolore, il male, le ingiustizie, la morte, specialmente quando colpiscono gli innocenti – ad esempio, i bambini vittime della guerra e del terrorismo, delle malattie e della fame – non mettono forse a dura prova la nostra fede? Eppure paradossalmente, proprio in questi casi, l’incredulità di Tommaso ci è utile e preziosa, perché ci aiuta a purificare ogni falsa concezione di Dio e ci conduce a scoprirne il volto autentico: il volto di un Dio che, in Cristo, si è caricato delle piaghe dell’umanità ferita. Tommaso ha ricevuto dal Signore e, a sua volta, ha trasmesso alla Chiesa il dono di una fede provata dalla passione e morte di Gesù e confermata dall’incontro con Lui risorto. Una fede che era quasi morta ed è rinata grazie al contatto con le piaghe di Cristo, con le ferite che il Risorto non ha nascosto, ma ha mostrato e continua a indicarci nelle pene e nelle sofferenze di ogni essere umano.

« Dalle sue piaghe siete stati guariti » (1 Pt 2,24), è questo l’annuncio che Pietro rivolgeva ai primi convertiti. Quelle piaghe, che per Tommaso erano dapprima un ostacolo alla fede, perché segni dell’apparente fallimento di Gesù; quelle stesse piaghe sono diventate, nell’incontro con il Risorto, prove di un amore vittorioso. Queste piaghe che Cristo ha contratto per amore nostro ci aiutano a capire chi è Dio e a ripetere anche noi: « Mio Signore e mio Dio ». Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede.

Quante ferite, quanto dolore nel mondo! Non mancano calamità naturali e tragedie umane che provocano innumerevoli vittime e ingenti danni materiali. Penso a quanto è avvenuto di recente in Madagascar, nelle Isole Salomone, in America Latina e in altre Regioni del mondo. Penso al flagello della fame, alle malattie incurabili, al terrorismo e ai sequestri di persona, ai mille volti della violenza – talora giustificata in nome della religione – al disprezzo della vita e alla violazione dei diritti umani, allo sfruttamento della persona. Guardo con apprensione alla condizione in cui si trovano non poche regioni dell’Africa: nel Darfur e nei Paesi vicini permane una catastrofica e purtroppo sottovalutata situazione umanitaria; a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, gli scontri e i saccheggi delle scorse settimane fanno temere per il futuro del processo democratico congolese e per la ricostruzione del Paese; in Somalia la ripresa dei combattimenti allontana la prospettiva della pace e appesantisce la crisi regionale, specialmente per quanto riguarda gli spostamenti della popolazione e il traffico di armi; una grave crisi attanaglia lo Zimbabwe, per la quale i Vescovi del Paese, in un loro recente documento, hanno indicato come unica via di superamento la preghiera e l’impegno condiviso per il bene comune.

Di riconciliazione e di pace ha bisogno la popolazione di Timor Est, che si appresta a vivere importanti scadenze elettorali. Di pace hanno bisogno anche lo Sri Lanka, dove solo una soluzione negoziata porrà fine al dramma del conflitto che lo insanguina, e l’Afghanistan, segnato da crescente inquietudine e instabilità. In Medio Oriente, accanto a segni di speranza nel dialogo fra Israele e l’Autorità palestinese, nulla di positivo purtroppo viene dall’Iraq, insanguinato da continue stragi, mentre fuggono le popolazioni civili; in Libano lo stallo delle istituzioni politiche minaccia il ruolo che il Paese è chiamato a svolgere nell’area mediorientale e ne ipoteca gravemente il futuro. Non posso infine dimenticare le difficoltà che le comunità cristiane affrontano quotidianamente e l’esodo dei cristiani dalla Terra benedetta che è la culla della nostra fede. A quelle popolazioni rinnovo con affetto l’espressione della mia vicinanza spirituale.

Cari fratelli e sorelle, attraverso le piaghe di Cristo risorto possiamo vedere questi mali che affliggono l’umanità con occhi di speranza. Risorgendo, infatti, il Signore non ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti alla radice con la sovrabbondanza della sua Grazia. Alla prepotenza del Male ha opposto l’onnipotenza del suo Amore. Ci ha lasciato come via alla pace e alla gioia l’Amore che non teme la morte. « Come io vi ho amato – ha detto agli Apostoli prima di morire –, così amatevi anche voi gli uni gli altri » (Gv 13,34).

Fratelli e sorelle nella fede, che mi ascoltate da ogni parte della terra! Cristo risorto è vivo tra noi, è Lui la speranza di un futuro migliore. Mentre con Tommaso diciamo: « Mio Signore e mio Dio! », risuoni nel nostro cuore la parola dolce ma impegnativa del Signore: « Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà » (Gv 12,26). Ed anche noi, uniti a Lui, disposti a spendere la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv 3,16), diventiamo apostoli di pace, messaggeri di una gioia che non teme il dolore, la gioia della Risurrezione. Ci ottenga questo dono pasquale Maria, Madre di Cristo risorto. Buona Pasqua a tutti! 

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