Archive pour le 4 avril, 2007

aggiungo qualche pensiero mio

io so che non è facile « fare » un Blog in italiano, sia perché ce ne sono già molti, sia perché, in un certo senso credo che bisogna comprendere un poco la pesona che scrive, dargli un consenso, una sorta di fiducia anticipata, io non so se la merito, tuttavia quello che faccio è: « gratis et amore dei », ogni cosa che faccio è per il Signore, ho fatto tante cose nel mondo: ho lavorato, ho studiato, ho fatto sport, non ho fatto l’amore,  mi sono donata a Dio, spero di non fare neppure questo per me stessa per sentirmi brava, ma solo per il Signore, non so se sono così « pura », ma il desiderio e l’intenzione ci sono,;

questo è tutto quello che volevo aggiungere stasera ai miei post;

Gabriella

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 dans immagini sacre T044694A

dal sito:

http://it.encarta.msn.com/media_461529791_761564745_-1_1/Madox_Brown_Lavanda_dei_piedi_a_Pietro.html

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S’inginocchiò davanti ai suoi discepoli e lavò i loro piedi.

da « Avvenire » on line, anno 2005: 

PASQUA 2005.

S’inginocchiò davanti ai suoi discepoli e lavò i loro piedi.

Tre intellettuali riflettono su questo rito misterioso e sul servizio al prossimo 

Ultimo tra gli ultimi 

Gianfranco Ravasi;Franco La Cecla;Erri De Luca 

Ravasi
Così ci ha detto di essersi donato
per riscattarci dal peccato

«Sei risalito dal fonte. Hai ascoltato la lettura. Il vescovo, raccolte le vesti, ti ha lavato i piedi». Così sant’Ambrogio nella sua opera I sacramenti (III, 4) attestava che il rito che oggi si celebra in molte chiese era anticamente connesso al battesimo, anche se ben presto fu riportato al giovedì santo, come sembra testimoniare s. Agostino. Gesù, infatti, stando al Vangelo di Giovanni (13, 1-15), aveva compiuto quel gesto durante l’ultima cena, mentre scendeva il tramonto su Gerusalemme.
Il suo era stato un atto simbolico ma anche provocatorio, come era emerso dalla reazione iniziale di Pietro: «Tu non mi laverai i piedi, mai!». Infatti nella prassi orientale antica era usanza offrire acqua all’ospite perché si lavasse i piedi impolverati dal viaggio (e coperti solo da sandali). Ma un testo giudaico di commento all’
Esodo esplicitamente ammoniva che non si poteva esigere neppure da uno schiavo che lavasse i piedi al padrone o al suo ospite. Siamo, quindi, di fronte a un atto estremo di umiliazione che Gesù, maestro e Signore, compie nei confronti dei suoi discepoli.
Egli in quel momento attuava in pienezza le parole che un giorno aveva proclamato: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli… Egli si cingerà le vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Luca 12, 37). Un atto, certo, di umiltà ma anche di amore e di servizio. E’ significativo che in un’
opera giudaica del I secolo a.C. intitolata Giuseppe e Aseneth, la moglie egiziana di questo famoso personaggio della Genesi si dichiarava pronta a lavargli i piedi al posto delle serve perché «i tuoi piedi – diceva – sono i miei piedi! Nessun altro laverà i tuoi piedi».
Al di là delle molteplici interpretazioni che il gesto di Gesù ha ricevuto nella storia dell’esegesi della pagina giovannea (battesimale, eucaristico, sacrificale, morale), è indubbio che con questo atto simbolico egli – alla m aniera dei profeti – ha voluto rappresentare la sua donazione assoluta all’umanità nell’umiliazione della morte. Un’umiltà che non è fine a se stessa, ma ha una meta d’amore. Il gesto diventa in tal modo esemplare. E’ Gesù stesso a ricordarlo dopo che si è rialzato e ha ripreso il suo posto a mensa: «Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri». E’
questa la lezione del Giovedì Santo.

La cecla
Quel gesto più che l’umiltà
ci chiede la reciprocità

Essere ai piedi di qualcuno. Toccargli i piedi. Slacciargli le scarpe, sciogliere i legacci dei calzari. Lavargli i piedi, asciugarglieli. Le figure dell’ossequio, dell’umiliazione, del sottomettersi, del subordinarsi. Cultura per cultura, i gesti del prendere i piedi a qualcuno stanno per una declinazione variegata del campo prossemico della subordinazione. Il corpo significa, con la sua posizione rispetto al corpo dell’altro, più di quanto possa dire uno scusarsi, un promettere fedeltà e obbedienza, un dichiarare sudditanza e rispetto. I discepoli del guru in India si chinano a toccarne i piedi, in segno di ammirata inferiorità. In molte culture i figli si inchinano a toccare con rispetto i piedi dei genitori.
I piedi altrui stanno a significare una indegnità di confronto, un potersi permettere solo questa confidenza con la parte altrui più vicina alla terra. Gli amanti non fanno diversamente, mettendo in scena una adorazione illegittima, una messinscena del preferire essere calpestati piuttosto che perdere l’amato. Solo ai malati e ai morenti si prendono i piedi in segno di estrema pietà e vicinanza, come accade nel racconto di Tolstoj, La morte di Ivan Illich. Pietà al posto di umiliazione, i piedi come il luogo da consolare, come la parte più fragile dell’umanità dell’
altro.
Quando Cristo lava i piedi ai discepoli compie un gesto fuori da questi significati e da queste norme. Non corrisponde nemmeno al gesto del lavare i piedi ai po veri, che il Giovedì santo si ripete nelle basiliche.
Cristo lava i piedi di gente come lui, di poveri come lui. Non c’è ossequio e nemmeno umiliazione. Cosa significa lavare i piedi dei propri pari? Che significa lavare i piedi degli amici? Il gesto della lavanda dei piedi è qui disorientante rispetto ai codici tradizionali. Non corrisponde nemmeno al gesto della Maddalena, più simile a quello dell’amante o di chi presagisce la Passione prossima dell’
altro.
Cristo lava i piedi dei discepoli per infrangere il senso dell’
umiltà, per ricordare che da ora in poi è possibile solo come gesto reciproco. Lavando i piedi agli apostoli dichiara che loro sono maestri al pari di lui e che comunque lui abolisce la possibilità che loro lavino omaggianti i piedi di lui. Nel gesto evengelico si annullano e assimilano umiltà e umiliazione.
Qualcuno può rintracciarvi l’invenzione dell’umiltà cristiana, di chi si abbassa fino all’estremo sacrificio. Io vi vedo anche qualcos’altro. Un’eversione della tradizione, dove si rovescia l’inchino del suddito, si annulla la gerarchia, pur anche quella dei meriti e della santità. Cristo taglia corto con la simbolica del corpo riverente. E proclama l’accoglimento della comune radice dell’
ossequio tra figli di Dio.

De Luca
Fu il segno della rinuncia
a ogni potenza su questa terra

Prima di finire rinchiusi nelle scarpe, i piedi andavano a spasso all’aria aperta. Le calzature della scrittura sacra erano sandali. In quei tempi si camminava assai, pochi avevano una cavalcatura. Viaggi, pellegrinaggi, spostamenti avvenivano a piedi: da qui l’importanza della loro salute. Nel cammino si impolverano, si feriscono e a ogni sosta vanno ristorati. Lavarli, ungerli, trattarli come il prezioso cuoio dei sandali, era l’atto di migliore accoglienza.
Oggi ognuno di noi possiede varie paia di calzature, mette il piede in molte scarpe. A quel tempo chi possedeva un paio di sandali li teneva in gran conto. La mossa di lavare i piedi al l’ospite l’inaugura Abramo alle querce di Mamre (Genesi/Bereshit 18,4) quando accoglie tre messaggeri e come prima mossa d’
ospitalità offre loro ombra per sedersi e acqua per i piedi.
Nei precipitosi giorni di Gesù a Gerusalemme, nel tumulto di folla venuta da tutto Israele per la festa maggiore, la Pasqua ebraica, l’
opera di lavare i piedi non è strana. È però strepitoso che sia Gesù e non un servo a compiere il lavaggio.
Molti da lui si aspettano un gesto politico, la città santa è sotto occupazione militare romana, gremita di popolo commosso e offeso. Gesù non dice una sola parola a proposito. Al termine della cena rituale s’inginocchia e lava i piedi ai suoi. Sono ebrei, nel rito hanno ricordato l’uscita a strappo dall’
Egitto, il profumo selvatico del deserto e della libertà. Ora sono oppressi.
Gesù al culmine della maturità e della missione fa il gesto di abbassarsi, l’opposto di innalzarsi. Difficile da intendere anche per i presenti scelti, Gesù rinuncia a ogni potere, a ogni potenza in terra. Abbraccia gli uomini ai piedi, là dove poggia il peso e la statura di ognuno, i piedi che non portano corona. 

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Dimorare nella debolezza e nella tentazione per sperimentare la Grazia

dal sito:

Dimorare nella debolezza e nella tentazione per sperimentare la Grazia 

di p. Andrè Louf 

Riportiamo una meditazione di Andrè Louf, già Abate di Mont-Des-Cats che con il suo sapiente discernimento diviene non solo uno dei protagonisti dell’aggiornamento conciliare nel monastero e nell’ordine trappista, ma una delle figure spirituali di maggiore autorevolezza nella Chiesa dei nostri giorni. I suoi testi, tradotti anche in italiano, abbracciano tematiche essenziali per il vissuto della fede nel mondo contemporaneo: accanto ai commenti in più volumi al Vangelo della domenica (Beata debolezza), troviamo testi sull’esistenza cristiana (Sotto la guida dello Spirito), sulla preghiera (Lo Spirito prega in noi), sulla paternità spirituale (Generati dallo Spirito), sull’interiorità e la vita di comunione (La vita spirituale), sull’umiltà.Padre André Louf svolge per trentacinque anni il suo ministero di abate di Mont-des-Cats, poi lascia l’incarico e si ritira in un eremo nel sud della Francia, dove vive tuttora nella preghiera e nello studio degli amati padri della chiesa.
Il testo che segue e’ tratto da: Andrè Louf, “Sotto la guida dello Spirito”, Edizioni Qiqajon, Magnano(BI), 1990, pp. 44-54. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza on-line di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.
04/03/2007
 
 



 Dio resta incrol­labilmente fedele a noi: ebbene, questa fedeltà appare in ma­niera clamorosa nell’ora della tentazione. Non c’è fede che non sia tentata, come non c’è albero che non debba essere potato per portare più frutto (Gv 15,2). La Bibbia non ripete forse che la fedeltà di Dio si afferma, si rende visibile soprattutto nella tentazione? E inoltre, non ci ricorda forse quanto è necessario per noi attraversare la tentazione per crescere nella fede? Ascol­tiamo Paolo: « Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via di uscita e la forza per sopportarla » (1Cor 10,13). Ma c’è so­prattutto il famoso testo con il quale Giacomo inizia in modo così rude la sua lettera: « Miei fratelli, considerate piena letizia quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la perseveranza. E la perseveranza perfe­zioni l’opera in voi, perché siate perfetti e integri, senza manca­re di nulla » (Gc 1,2-4). 

La carne debole 

Ma l’uomo sopporta di essere costantemente nella tentazione per diventare così miracolo continuo della grazia di Dio? L’e­vangelo ci ricorda in svariati modi che i nostri progressi su que­sta strada avvengono assai di rado in linea retta. La notte precedente la passione, quando Gesù aveva accennato con discre­zione al modo poco coerente con cui i discepoli avrebbero cer­cato di camminare sui suoi passi, Pietro, come suo solito, aveva protestato energicamente: « Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai! ». E dopo che Gesù gli fece no­tare che proprio lui stava per rinnegarlo, Pietro non esitò a pun­tare ancora più in alto: « Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò » (Mt 26,30-35). Subito dopo cadde, nonostante la duplice esortazione di Gesù: « Vegliate e pregate, per non ca­dere in tentazione. Lo spirito è pronto ma la carne è debole » (Mt 26,41). 

Nessuno può sottrarsi a queste parole di Gesù: anche se il no­stro spirito è più o meno ardente, la nostra carne rimane incura­bilmente debole. Nessuno può sfuggire a questa disarmonia che arriva fino a una vera lotta tra le due realtà. In qualsiasi espe­rienza cristiana bisogna vivere così: combattuti tra il fervore e la debolezza, bisogna cioè vivere nella tentazione. Pietro, che diventerà il testimone principale della resurrezione di Gesù e sul quale poco dopo verrà edificata la chiesa, è anche quello che ha dovuto confrontarsi per primo con la tentazione e che, per primo, è stato trovato mancante ed è caduto. Il rinnegamento della notte della passione non è d’altronde privo di precedenti, Pietro non è al suo primo passo falso. Quando Gesù annunciò per la prima volta la passione e la resurrezione che lo attendeva­no, Pietro si preoccupò immediatamente di distrarlo da queste idee cupe: `Dio te ne scampi, Signore! Questo non ti accadrà mai!’. Ma Gesù, voltandosi, disse a Pietro: `Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini! »‘ (Mt 16,22-23). Solo quando il Padre lo assiste in modo particolare Pietro è in grado di confessare che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente: rivelazione che gli sfugge totalmente quando si lascia guidare dalla carne e dal san­gue (cf. Mt 16,17), cioè quando si basa su modi di vedere umani. 

Per precederci nella chiesa e nell’amore di Gesù, Pietro deve innanzitutto precederci nella tentazione. Questo legame è chia­ramente espresso da Gesù stesso quando annuncia il rinnega­mento di Pietro, secondo l’evangelista Luca: « Simone, Simone,ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli » (Lc 22,31-32). 

… Il vaglio è l’immagine della grande tentazione alla fine dei tempi (c£ Mt 3,12), la fede messa alla prova, la conversione che segue la tentazione. Sarà solo dopo essersi dibattuto fino all’estremo in questa tentazione e in que­sto processo di conversione che Pietro potrà, grazie alla propria esperienza, confermare e guidare i propri fratelli nella stessa pro­va. E proprio grazie all’esperienza vissuta che Pietro può sapere come la debolezza e la grazia procedono insieme e si accordano l’una all’altra in ogni discepolo di Gesù. 

Bisogna sottolineare il fatto che, per nominare un capo, Ge­sù non cerca un modello di virtù e di perfezione da poter essere contemplato e imitato, secondo le possibilità, dai cristiani di tutti i tempi. Se così fosse, Pietro non avrebbe potuto essere preso in considerazione. I tratti che ci hanno lasciato di lui gli evan­geli ce lo descrivono in modo trasparente e pittoresco: un gran brav’uomo, rude pescatore, impetuoso e avventato, non sem­pre capace di dominare i propri sentimenti. E evidentissimo che ama Gesù e gli è perdutamente affezionato: più commette sba­gli e si fa rimproverare da Gesù, e più lo ama. No, Pietro non è un modello di virtù, ma è capace di trasmettere l’esperienza che lui stesso ha vissuto grazie all’amore per Gesù e ne potrà sempre rendere testimonianza. Certamente la tentazione l’ha fat­to traballare, ma al cuore di questa e nel più profondo della ca­duta è stato meravigliosamente liberato da Gesù. 

In realtà, tutto è cominciato già al momento della chiamata: il racconto di Luca lascia trasparire il dialogo avviato tra la de­bolezza di Pietro e la forza della grazia (c£ Lc 5,1-11). All’ini­zio Pietro partecipa appena all’evento, alla fine di una brutta nottata: non che non sia riuscito ad addormentarsi, ma non ha proprio dormito del tutto, ha dovuto pescare tutta notte senza alcun risultato. Pietro non doveva certo essere di buon umore mentre controllava le reti, non lontano da quel giovane rabbi intento ad annunciare qualche messaggio ai suoi ascoltatori: se Pietro ascoltava, lo faceva in modo distratto. Non sembra che Gesù avesse notato Pietro che, da parte sua, non conosceva an­cora Gesù; tuttavia è proprio quest’ultimo a fare il primo passo: sale sulla barca di Pietro e gli chiede di allontanarsi da riva. La folla lo incalzava ed egli voleva parlarle dalla barca, a una certa distanza. Pietro fu indubbiamente colpito dal fatto che Gesù si rivolgesse a lui: ecco che Gesù gli parla da uomo a uomo, gli chiede un servizio. Pietro non resta insensibile: acconsente alla richiesta e si trova obbligato a prestare attenzione alle parole di Gesù. A questo punto arriva il secondo passo di Gesù: termi­nato il discorso, invita Pietro a pescare: « Prendi il largo e calate le reti per la pesca ». Tra Gesù e Pietro è nata una certa simpa­tia, Pietro può difficilmente rifiutare, anche se sa che in quella zona non ci sono pesci. Accenna a una protesta ricordando lo scacco della notte, ma finisce per arrendersi alla proposta di Gesù. Intuisce forse che Gesù può rimediare a quell’insuccesso? In ogni caso, Pietro si rivolge ora a Gesù in modo familiare, quasi inti­mo: anche in mancanza di pesci « sulla tua parola getterò le re­ti ».  

Questo abbozzo di fiducia permette a Gesù di porre un nuovo gesto: il miracolo della pesca. Pietro prende molti più pesci di quanto avrebbe mai potuto sperare, addirittura più di quanti ne potessero contenere le reti. Ha bisogno di aiuto e tutte e due le barche si riempiono fino quasi ad affondare. Pietro potrebbe adesso ringraziare Gesù per il prodigio insperato ma, nel frat­tempo, qualcosa è avvenuto in lui: la pesca miracolosa non gli ha soltanto fatto dimenticare la brutta notte. Molto più in pro­fondità dello scacco umano, la pesca ha messo a nudo in lui uno scacco ben più grave e fondamentale. Attraverso il miracolo Gesù ha improvvisamente colpito il peccato di Pietro: « Al vedere que­sto, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù dicendo: `Si­gnore, allontanati da me che sono un peccatore! »‘. 

Pietro non dice: rabbi, maestro, bensì Kyrios, Signore: è il nome riservato a Dio. In Gesù, Pietro ha riconosciuto Dio; nello stes­so istante prende coscienza di essere solo un peccatore. E qual­cosa di estremamente normale: appena Gesù si rivela, il nostro peccato è messo in luce; e viceversa: ci è impossibile vedere ve­ramente il nostro peccato finché non siamo nella luce di Gesù. 

Pietro viene così messo a confronto con lo scacco che rappre­senta per se stesso e che osa svelare a Gesù. Porta in sé lo scac­co più nascosto, più desolante e all’improvviso ne prende co­scienza: non è nient’altro che un poveraccio, addirittura un pec­catore. E come peccatore, è convinto di non aver nulla a che fare con Gesù, né Gesù ha nulla a che fare con lui: « Allontanati da me che sono un peccatore! ». 

Enorme sorpresa! E esattamente il contrario che è vero: la confessione stessa di Pietro permette a Gesù di compiere un ul­timo passo per mettere alle strette Pietro, a meno che non sia stato Gesù a provocare la confessione di Pietro. In ogni caso, il riconoscimento e la confessione del peccato obbliga entrambi a riconoscersi vinti. Non appena Pietro confessa il suo peccato, Gesù può agire e perdonare; non appena la ferita è scoperta, Gesù può esercitare la sua potenza guaritrice e, per così dire, ricostruire Pietro, ricrearlo: « D’ora in poi sarai pescatore di uomini ». Non è per nulla sorprendente che, nel momento stesso in cui Gesù chiama Pietro, si imbatta nel suo peccato. Gesù non va in cerca di nessuna qualità eccezionale nei suoi primi discepoli: quello che cerca è la loro debolezza, i loro scacchi inconsci, le loro col­pe insospettate, tutte quelle zone malate di ogni uomo che han­no bisogno del suo amore, che possono essere colte e assunte solo dall’amore, sulle quali il suo amore può intervenire con la sua onnipotenza. Gesù è venuto fino a noi proprio per prendere su di sé la nostra debolezza e per trasformarla in forza. E morto una volta per tutte al peccato e il Padre l’ha risuscitato dai mor­ti per una vita nuova. 

La forza di Dio nella debolezza 

Una delle più antiche professioni di fede della chiesa, e una delle più convincenti, citata da Paolo nella sua seconda lettera ai Corinti, esprime chiaramente questa tensione salutare tra la tentazione e la vittoria, tra la debolezza e la forza, fino ad applicarla alla pasqua di Gesù: « Egli fu crocifisso per la sua debo­lezza, ma vive per la potenza di Dio » (2Cor 13,4). Gesù fu cro­cifisso ed è morto a causa della debolezza dell’uomo, debolezza che ha preso su di sé fino all’estremo; ma a partire da questa debolezza è risuscitato e ora vive per la potenza di Dio. Proprio in questa debolezza, che è la nostra, Gesù ha incontrato la po­tenza di Dio, ed è a partire da questa debolezza che Dio lo ha risuscitato a nuova vita. Anche per Gesù la debolezza dell’uo­mo è stata il cammino che gli ha permesso di incontrare la po­tenza del Padre. 

Ecco perché il discepolo che vuole servire Gesù nel suo cam­mino deve necessariamente accettare a sua volta la propria de­bolezza e quindi la tentazione. Dopo che Gesù ha sofferto la nostra debolezza e ne è morto per risorgere, la potenza di Dio è nascosta al cuore di ogni debolezza umana, come un seme che si prepara a germínare grazie alla fede e all’abbandono. Fino a quando ci opponiamo in mille modi alla nostra debolezza, la po­tenza di Dio non può agire in noi. Naturalmente possiamo fare qualche sforzo per correggere un po’ la nostra debolezza, ma in realtà non serve a nulla: la meraviglia della potenza di Dio e la meraviglia della nostra conversione restano al di fuori della no­stra portata. 

Cerchiamo di risolvere i nostri problemi con un misto di buona volontà e di generosità, facciamo del nostro meglio per condurre una vita virtuosa e giusta, ci appoggiamo su buoni pro­positi e sulle nostre energie naturali, tentiamo di farcela a parti­re dalla nostra lealtà e generosità… Tutto questo dura per un po’, finché non rischiamo la disfatta e arriviamo al bordo del precipizio. Grazie a Dio! Altrimenti non avremmo mai potuto convertirci e saremmo rimasti al servizio delle nostre illusioni e dei nostri idoli, ignorando l’autentica fede, per quanto possa essere piccola… come un granello di senape. Sarà addirittura ne­cessario che noi un giorno sprofondiamo, per fare l’esperienza concreta della nostra debolezza, quella debolezza in cui potrà finalmente dispiegarsi la potenza di Dio. Come è capitato a Pietro, che non poteva riconoscere Gesù finché annoverava se stesso tra i giusti, ma che si colloca tra i peccatori non appena Gesù si rivela veramente a lui. Come ha detto a chiare lettere, Gesù non viene per i giusti ma solo per i peccatori (cf. Mt 9,13). 

E qui in gioco un dato essenziale di ogni esperienza cristiana, che è indubbiamente l’unica condizione per essere toccati dalla grazia e per potervi acconsentire. Paolo esprime questo dato più o meno negli stessi termini: costretto dagli avversari a elencare tutti i propri meriti, nella speranza di far accettare la sua testi­monianza, comincia con il vantarsi di tutto quello che ha rice­vuto e che lo pone in buona luce agli occhi di quanti dubitano della sua missione. Ma alla fine preferisce vantarsi delle proprie debolezze: « Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un in­viato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non va­da in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: `Ti ba­sta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza’. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie de­bolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi com­piaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono de­bole è allora che sono forte » (2Cor 12,7-10). In cosa consista concretamente questo « inviato di Satana » incaricato di schiaf­feggiare Paolo non interessa il nostro discorso. Tuttavia, dal con­testo, sembra trattarsi di una forma di tentazione nella quale Paolo era messo di fronte in modo bruciante alla propria debo­lezza, al punto che cercava rifugio nella preghiera e supplicava il Signore di liberarlo. 

 Forse Paolo aveva paura di fronte alla propria debolezza? Era forse un’idea per lui intollerabile? In ogni caso, Gesù non cede: la tentazione non viene risparmiata a Pao­lo, perché è molto più vantaggioso per lui restare nella tentazio­ne in modo da imparare come la potenza di Dio è capace di agi­re al cuore della debolezza. Né la forza di Paolo, né la sua vitto­ria personale hanno qui importanza, ma unicamente la sua perseveranza nella tentazione e, al contempo, nella grazia. La grazia non viene a innestarsi sulla nostra forza o sulla nostra virtù, ma unicamente sulla nostra debolezza. Allora basta ampiamen­te, e noi siamo forti solo quando la nostra debolezza ci diventa evidente: è il luogo benedetto in cui la grazia di Gesù può sor­prenderci e invaderci. 

Riconciliarsi con la propria debolezza 

Quanto abbiamo appena detto non è immediatamente evidente nell’esperienza quotidiana della vita spirituale. La maggior par­te di noi è inquieta, se non addirittura smarrita, quando ci ap­pare, in modo più o meno brutale, la nostra debolezza. Alcuni arrivano perfino a fuggire: bisogna aver già una certa esperien­za dell’amore di Dio per osare permanere nella debolezza e ri­conciliarsi con il proprio peccato. Alcuni non riusciranno mai a riconoscere la minima traccia di debolezza in se stessi, il che è molto grave. La vita di costoro può sembrare molto generosa, perché fanno degli autentici sforzi, ma nel contempo sarà sem­pre un po’ rigida e forzata: una vita in cui l’amore autentico non può sgorgare; sono persone alla soglia dell’indurimento, prossi­me all’accecamento spirituale. 

Grazie a Dio, molto più spesso non è così: è più frequente che noi conosciamo bene la nostra debolezza ma senza sapere come gestirla. Essa ferisce inconsciamente l’immagine ideale di noi stessi che portiamo sempre con noi. Spontaneamente pen­siamo che la santità va ricercata nella direzione opposta al pec­cato e contiamo su Dio perché il suo amore ci liberi dalla debo­lezza e dal male e ci permetta così di raggiungere la santità. Ma non è così che Dio agisce con noi: la santità non si trova all’op­posto bensì al cuore stesso della tentazione, non ci aspetta al di là della nostra debolezza ma al suo interno. Sfuggire alla de­bolezza significherebbe sfuggire alla potenza di Dio che è all’o­pera solo in essa. Dobbiamo dunque imparare a dimorare nella nostra debolezza, ma armati di una fede profonda, accettare di essere esposti alla nostra debolezza e nello stesso tempo abban­donati alla misericordia di Dio. Solo nella nostra debolezza sia­mo vulnerabili all’amore di Dio e alla sua potenza. Dimorare nella tentazione e nella debolezza: ecco 1′unica via per entrare in con­tatto con la grazia e per diventare un miracolo della misericor­dia di Dio. 

E quanto è capitato a Pietro: aveva appena rinnegato il suo Maestro per la terza volta, che « il Signore, voltatosi, guardò Pie­tro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva det­to: `Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte’. E uscito, pianse amaramente » (Lc 22,61-62). Che cosa ha signifi­cato quello sguardo per Pietro, possiamo solo immaginarcelo. Non fu certo una condanna: « Non sono venuto per condannare », di­ce Gesù stesso (Gv 12,47). Non fu neanche un rimprovero, ma solo un amore dolce e ardente: « Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. (…) Come un padre è tenero con i suoi figli, così è tenero il Signore » (Sal 103,8.13). E que­sto proprio nel momento in cui Pietro è venuto meno nei con­fronti di Gesù e si scopre in flagrante delitto di tradimento. In quella precisa situazione lo sguardo d’amore di Gesù lo tocca e lo ferisce e, nello stesso istante, gli offre il suo perdono d’a­more. 

 E non si limita ad accordargli il perdono, ma chiama Pie­tro a una nuova vita: da quel momento, infatti, Pietro è diven­tato un altro uomo, il suo intimo vacilla, il suo cuore si scioglie, ora sa cos’è l’amore. « Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi » (Rm 5,8). Pietro scoppia in lacrime, lacrime che testimo­niano la ferita prodotta dallo sguardo di Gesù, lacrime amare, annota Luca. Questa è senz’altro l’impressione suscitata in co­loro che hanno sorpreso Pietro in singhiozzi, ma noi possiamo anche pensare che, nel fondo del suo cuore, sono state lacrime di gioia e di riconoscenza. Gesù infatti, con quello sguardo d’a­more, non ha abbandonato Pietro alla sua sofferenza e alla sua disperazione, ma gli ha fatto dono, di persona e all’istante, di un nuovo segno del suo amore. 

Non sarà l’ultima volta che lo sguardo di Gesù verrà a distur­bare Pietro in modo così salutare, sconvolgendolo in profondi­tà. L’occasione più commovente sarà nel giorno stesso di Pasqua, ma gli evangelisti non ci hanno lasciato alcun particolare sull’in­contro tra Pietro e Gesù risorto. Solo una breve testimonianza, che costituisce forse il kérygma, il più antico annuncio della re­surrezione: « Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Si­mone » (Le 24,34). Anche Paolo, quando elenca le apparizioni del risorto, vi include con risalto l’apparizione a Pietro, citata per prima: « Fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, ed è apparso a Cefa e quindi ai dodici » (1Cor 15,4-5). Secondo altre testimonianze, sembra che Gesù sia apparso dap­prima a Maria Maddalena (c£ Mc 16.9) e successivamente a due discepoli « mentre erano in cammino verso la campagna » (Mc 16,12). Ma proprio questi due, che noi conosciamo meglio – grazie al racconto di Luca – come i discepoli di Emmaus (cf. Le 24,13-35), tornano la sera stessa di Pasqua a Gerusalemme per ascoltarvi la buona novella dalla bocca degli apostoli: Gesù è ap­parso a Pietro. 

Ecco per Pietro un altro profondo sconvolgimento. Forse si trovava ancora sotto il peso della sua viltà e del rinnegamento di due giorni prima: Gesù era morto e sepolto, non solo per lui, ma anche per gli altri apostoli, e Pietro si sentiva responsabile di quella morte. Ben lungi dal seguire Gesù fino alla morte, co­me aveva promesso non senza temerarietà, l’aveva molto sem­plicemente abbandonato e proprio nel momento più critico. Al­l’alba del mattino di Pasqua c’era stato il problema della tomba vuota, e Pietro vi era corso assieme a Giovanni, per vedere e fare la stessa costatazione. Era vero: il Signore era scomparso e nessuno era in grado di dire chi l’avesse preso o dove l’avesse trasportato. Per Pietro tutto questo era ancor più sconcertante. Finché, all’improvviso… quella stessa voce calda, quello stesso sguardo traboccante d’amore: Pietro perdonato all’istante e per sempre e, nel contempo, guarito dalla sua debolezza più profonda e ristabilito al suo posto proprio a causa di quella debolezza. Le lacrime sgorgarono di nuovo, ma questa volta indubbiamente lacrime di gioia e di riconoscenza. Gesù amava quindi Pietro così intensamente da venire a cercarlo fin nel rinnegamento e nel tra­dimento per poterlo incontrare in profondità. In quel radioso mattino di Pasqua, Pietro fu il primo dei peccatori perdonati. 

Giovanni ha riservato 1′epílogo di questa avventura per la fi­ne del suo evangelo. Si tratta di quella scena così intima e commovente in cui Gesù, per tre volte, chiede a Pietro se lo ama più degli altri (Gv 21,15-17). E per tre volte anche Pietro può dichiarargli il proprio amore, così come per tre volte l’aveva rin­negato: « Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene! ». Con ogni probabilità, esattamente come quell’altra peccatrice dell’e­vangelo – Maria Maddalena – Pietro ora ama Gesù molto più di prima: anche a lui infatti è stato molto perdonato (Lc 7,47). Gesù ne trae immediatamente le conseguenze: « Pasci le mie pecorel­le ». Chi ha potuto esperimentare un simile sgorgare di amore e di misericordia sarà anche il primo e il migliore testimone del­l’amore. « E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli » 

(Lc 22,32). 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 4 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Con due Papi nel lager La pace riparte da qui

Da “Avvenire” on line 

TESTIMONIANZA
Un ex detenuto polacco torna con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI ad Auschwitz: dove la storia si è spaccata e deve ricominciare 

Con due Papi nel lager La pace riparte da qui 

«Quanto più profondamente il tedesco Ratzinger si identifica con questo luogo, tanto più egli diventa il nostro Santo Padre. La sua presenza qui influenzerà in futuro i rapporti con gli ebrei» 

Di Wladyslaw Bartoszewski  

Per me, ex detenuto polacco di Auschwitz, è stata un’esperienza inimmaginabile e profondamente toccante poter partecipare per la seconda volta all’incontro con la suprema autorità della Chiesa cattolica ad Auschwitz-Birkenau. La prima volta in cui mi è stata data tale possibilità fu nel giugno 1979, in occasione della visita del Papa polacco Giovanni Paolo II.
Inimmaginabile per il fatto che, prima, già una volta mi sono trovato sul piazzale dell’appello di Auschwitz I, nel settembre 1940, quando avevo solo 18 anni, prigioniero numero 4427, detenuto per motivi di sicurezza, insieme con 5500 altri polacchi: studenti, boy scout, insegnanti, avvocati, medici, sacerdoti, ufficiali dell’esercito polacco, membri di diversi partiti politici e di sindacati. Non riuscivo a immaginarmi che sarei sopravvissuto a Hitler e alla II guerra mondiale; e neppure che Auschwitz dovesse servire alla attuazione dell’impensabile disegno di eliminare biologicamente gli ebrei.
Nei primi 15 mesi di esistenza di questo luogo terribile eravamo – noi detenuti polacchi – abbandonati a noi stessi. Il mondo libero non si interessava alla nostra sofferenza e alla nostra morte, nonostante ripetuti tentativi della organizzazione segreta della resistenza, attiva all’interno del campo, di garantire informazioni all’esterno. Nella tarda estate del 1941 arrivarono ad Auschwitz alcune decine di migliaia di prigionieri di guerra facenti parte dell’esercito sovietico, e su di essi – come pure su detenuti politici polacchi ammalati – venne sperimentato, nel settembre 1941, l
‘effetto del gas tossico Zyklon B. Nessuno dei detenuti poteva allora immaginarsi che si trattava «semplicemente» di un tentativo d’assassino per predisporre un genocidio di massa con metodi industriali. E però questa era la realtà negli anni 1942, 1943 e 1944. La costruzione di camere a gas e di forni crematori, la loro terrificante capacità operativa è soltanto il lato tecnico di un’impresa diabolica.

Qu esto crimine non venne mai punito, poiché non c’è alcuna pena adeguata per un genocidio. Auschwitz-Birkenau, un tempo un luogo segreto per l’annientamento di esseri umani, è tuttavia diventata, per l’intero mondo civilizzato, un simbolo di speciale importanza. Questo ha espresso Benedetto XVI già nella prima parte del suo discorso: «Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: « Perché, Signore, hai taciuto?. Perché hai potuto tollerare tutto questo? » È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa».
Ad Auschwitz ero vicino al cardinale Lustiger e al cardinale Dziwisz nel cortile del Blocco XI, quando il Santo Padre, davanti al muro della morte, stava immerso in silenziosa preghiera, e anche noi ci siamo dati la mano, in silenzio. Abbiamo ricordato che anche Karol Wojtyla – da vescovo, da cardinale e infine da Papa – aveva visitato questo blocco e la cella dove san Massimiliano Kolbe era stato tormentato a morte. E ho pensato: quanto più profondamente Ratzinger si identifica con questa tradizione, tanto più egli diventa il nostro Santo Padre.
Il breve incontro di Benedetto XVI con 32 ex detenuti del campo di Auschwitz-Birkenau non è stato convenzionale; il Papa ha potuto scambiare qualche parola con ognuno. Egli irraggiava calore e umanità semplice, che comunicò a tutti i presenti. Gli ultimi ex detenuti ancora viventi, che il 28 maggio 2006 in
occasione della visita di Benedetto XVI erano là presenti, hanno il diritto di credere che la loro sofferenza e la morte di quanti furono loro vicini hanno avuto un senso importante: per un futuro migliore di tutti gli uomini e le donne che vivono in Europa e perfino nel mondo, di qualunque origine etnica o religione essi siano. Possano credere che il ricordo del destino, solo con difficoltà immaginabile, dei detenuti e delle vittime di questo luogo impegnerà le generazioni future a una vita nel rispetto della dignità dell’altro e all’attiva resistenza contro fenomeni di odio e di disprezzo nei confronti di uomini e donne, in particolare contro le diverse forme di ostilità verso gli stranieri e dell’antisemitismo – anche sotto l’ipocrita nome di copertura di antisionismo.
Noi dobbiamo porre a noi stessi e al mondo la domanda: in quale misura siamo riusciti a trasmettere alle giovani generazioni la verità sulle terribili esperienze del totalitarismo? A mio parere si è fatto molto, ma non basta. Benedetto XVI è venuto qui in qualità di autorità suprema della Chiesa, ma non ha taciuto la sua appartenenza etnica e culturale al popolo tedesco. In questo contesto è legittimo chiedersi se e come la sua presenza ad Auschwitz influenzerà in futuro le relazioni tra polacchi e tedeschi, tra tedeschi ed ebrei, ma anche tra polacchi ed ebrei.
L’arcivescovo Henryk Muszynski, il metropolita di Gnesen, già presidente del comitato vescovile per il dialogo con l’ebraismo e da settembre 2002 membro della Congregazione romana per la scienza e la fede, ha espresso a questo riguardo – rispondendo alla domanda di una giornalista – una prospettiva degna di attenzione: «È una cesura che conclude una delle tappe della storia del dopoguerra – la tappa del confronto diretto – e indica con chiarezza la via in direzione della riconciliazione. Dal momento in cui il Papa tedesco è entrato nel recinto del campo, dal momento che ha qui pregato e chiesto a Dio la riconciliazione, è aperta una nuova via verso il futuro. La visita del Papa ad Auschwitz è stata una cesura sulla strada per la riconciliazione tra polacchi, tedeschi e ebrei. Perciò da oggi in poi nessuno può più mettere in discussione il carattere tridimensionale di questa riconciliazione».
Joseph Ratzinger, pellegrino ad Auschwitz-Birkenau, ha ripercorso senza dubbio le orme del suo predecessore, che egli chiama sempre «il Grande». I suoi passi, i suoi gesti e le sue manifestazioni non dovrebbero essere valutati separati dall’opera e dalla vita di Giovanni Paolo II. La scelta di Auschwitz come luogo di devozione e stazione di pellegrinaggio del primo viaggio all’estero – a prescindere dalla Giornata mondiale della gioventù – di Benedetto XVI non è stata di certo casuale. Né si dovrebbe trascurare la sua stessa sintesi del significato di ciò che egli ha vissuto in Polonia. Il 31 maggio 2006, durante l’udienza generale in Vaticano, egli ne parlò in modo chiaro e univoco: «Proprio in quel luogo tristemente noto in tutto il mondo ho voluto sostare prima di far ritorno a Roma. Nel campo di Auschwitz-Birkenau, come in altri simili campi, Hitler fece sterminare oltre sei milioni di ebrei. Ad Auschwitz-Birkenau morirono anche circa 150.000 polacchi e decine di migliaia di uomini e donne di altre nazionalità. Di fronte all’orrore di Auschwitz non c’è altra risposta che la Croce di Cristo: l’Amore sceso fino in fondo all’abisso del male, per salvare l’uomo alla radice, dove la sua libertà può ribellarsi a Dio. Non dimentichi l’odierna umanità Auschwitz e le altre « fabbriche di morte » nelle quali il regime nazista ha tentato di eliminare Dio per prendere il suo posto! Non ceda alla tentazione dell’odio razziale, che è all’origine delle peggiori forme di antisemitismo! Tornino gli uomini a riconoscere che Dio è Padre di tutti e tutti ci chiama in Cristo a costruire insieme un mondo di giustizia, di verità e di pace!». 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 4 avril, 2007 |Pas de commentaires »

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