Archive pour le 3 avril, 2007

buona notte

gocceditramonto.jpg

gocce di sole

commento al vangelo del giorno – 4.4.07

dal sito Evangile au Quotidien 

San Gregorio Nazianzeno (330-390), vescovo, dottore della Chiesa
Discorsi 45, 23-24 ; PG 36, 654 C – 655 D

« Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua ? »

Saremo partecipi della Pasqua, presentemente ancora in figura, certo più chiara di quella dell’antica Legge, immagine più oscura della realtà figurata…

Diveniamo partecipi della Legge in maniera non puramente materiale, ma evangelica, in modo completo e non limitato e imperfetto, in forma duratura e non precaria e temporanea. Facciamo nostra capitale adottiva non la Gerusalemme terrena, ma la metropoli celeste, non quella che viene calpestata dagli eserciti, ma quella acclamata dagli angeli. Sacrifichiamo non giovenchi né agnelli con corna e unghie, che appartengono più alla morte che alla vita, mancando d’intelligenza. Offriamo a Dio un sacrificio di lode sull’altare celeste insieme ai cori degli angeli. Otrepassiamo il primo velo del tempio, accostiamoci al secondo e penetriamo nel « Santo dei santi ». E più ancora, offriamo ogni giorno a Dio noi stessi e tutte le nostre attività. Facciamo come le parole stesse ci suggeriscono. Con le nostre sofferenze imitiamo le sofferenze di Cristo, cioè la sua passione. Saliamo anche noi di buon animo sulla sua croce. Dolci sono infatti i suoi chiodi, benché duri. Siamo pronti a patire con Cristo e per Cristo, piuttosto che desiderare le allegre compagnie mondane.

Se sei Simone di Cirene, prendi la croce e segui Cristo. Se sei il ladro appeso alla croce, fa’ come il buon ladrone e riconosci onestamente il tuo Dio… Se sei Giuseppe d’Arimatèa, richiedi il corpo a colui che lo ha crocifisso, assumi cioè quel corpo e rendi tua propria, così, l’espiazione del mondo. Se sei Nicodemo, il notturne adoratore di Dio, seppellisci il suo corpo e ungilo con gli unguenti di rito. E se sei una delle Marie, spargi al mattino le tue lacrime. Fa’ di vedere per prima la pietra rovesciata, va’ incontro agli angeli, anzi allo stesso Gesù.

martedi santo – 3.4.07

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immagine dal sito Vaticano

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PESACH – la Pasqua ebraica

la Pasqua ebraica, dal sito: 

http://www.sanpaolo.org/pj-online/RUBRICHE/solo-pan/Tematico/ARCHtemi.htm

PESACH
la Pasqua Ebraica 
Pesach zeman charutenu” «Pasqua tempo della nostra liberazione». Così i nostri fratelli ebrei chiamano la festa centrale del loro ciclo liturgico, una festa nata a causa di una fuga. Il libro dell’Esodo (capitoli 12, 13 e 14) descrive bene i momenti che precedono e seguono l’episodio dell’uscita, una fuga che Dio trasforma in vittoria. La “notte” della traversata del mar Rosso verso la terra Promessa costituisce l’evento attraverso cui il Signore forma il popolo d’Israele. E proprio durante questo pellegrinaggio verso Canaan riceveranno il dono per eccellenza la Torah (Il Pentateuco), sigillo del patto stipulato con il Signore. Quindi se è vero che in questa notte nasce l’identità del popolo, è altrettanto vero che, solo accogliendo la Torah, Israele diviene completamente libero per poter servire il suo Dio nella terra ricevuta in dono.  Un po’ di storia  Ma dove e quando nasce Pesah? La radice psch probabilmente esprime l’idea del saltellare del gregge che indica l’origine pastorizia della celebrazione. Forse all’inizio coincideva con un’antica festa di primavera, in cui i pastori esprimevano il loro ringraziamento per la nascita dei nuovi agnelli del gregge. Poi nella storicizzazione biblica il “passare oltre”, il “saltare” sono stati riferiti all’azione del Signore che risparmia le case degli ebrei mentre colpisce i primogeniti d’Egitto (Es 12,33). Ma c’è un altro rito agricolo che viene a coincidere con quello pastorizio: la festa del “pane non lievitato” (mazzot). Gli azzimi (assieme alle erbe amare) ricordavano a Israele sia il pane dell’oppressione mangiato per anni in Egitto, sia la liberazione tanto repentina da non consentire di far lievitare il pane.
Nei secoli successivi la celebrazione della Pasqua si concentrò attorno alla narrazione, al sacrificio dell’agnello e alla consumazione dei pani azzimi e delle erbe amare almeno fino alla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.), ad opera dei Romani. Questo evento segna uno spartiacque nelle vicende del popolo ebraico e anche il rito della Pasqua testimonia il cambiamento avvenuto. Non essendo più possibile salire a Gerusalemme per offrire sacrifici, la celebrazione si fonderà sulle benedizioni, sul racconto e sulla consumazione del seder (
la cena pasquale: la presenza dell’agnello è ridotta alla zampa anteriore posta in un piatto insieme alle azzime, un uovo sodo, l’impasto di frutta, lattuga e il sedano). 

Il rito  Oggi il culmine, anche emotivo, dei riti pasquali è costituito dalla celebrazione del seder (lett. “ordine”), cioè la cena che si svolge la prima sera di Pasqua e, nella diaspora, anche la seconda. Si tratta di una pratica, di solito, seguita anche dagli ebrei meno osservanti. Essa è costituita da una serie di gesti ben precisi accompagnati dalla lettura dell’Haggadà shel Pesach (“Narrazione della Pasqua”).  


 
Il testo dell’Haggadà, che nel suo nucleo originario è precedente alla nascita di Cristo, si presenta come un midrash, il più celebre dei «piccoli credi storici» presenti nel Deuteronomio (26,1-9). Durante la cena saranno bevute quattro coppe di vino e proprio sulla seconda viene recitato l’Haggadà, il racconto.
Il seder con i suoi cibi e le sue narrazioni rappresenta il tangibile prolungamento, nel tempo, del racconto delle proprie origini. Questo narrare costituisce un processo d’identità culturale che corrisponde al comandamento di Dio stesso: «In quel giorno racconterai a tuo figlio: “È a causa di quanto ha fatto a me il Signore, quando sono uscito dall’Egitto”» (Es 13,8). 
Il racconto dell’Haggadà inizia così:
«Questo è il pane dell’afflizione che i nostri padri mangiarono in terra d’Egitto. Ogni persona che ha bisogno venga a festeggiare Pesach. Quest’anno siamo qua, ma l’anno prossimo saremo in terra d’Israele. Quest’anno siamo qui come asserviti, ma l’anno prossimo saremo liberi in terra d’Israele».
L’inizio offre la chiave di lettura di tutto il brano: il far memoria della liberazione passata non può avvenire senza il ricordo della sofferenza trascorsa (pane dell’afflizione, cf Dt 16,3), senza impegnarsi nel presente in una prassi di accoglienza (ogni persona che ha bisogno venga…) senza aprirsi nella speranza a una prossima liberazione (l’anno prossimo saremo liberi). 
La cena si conclude con la recita dei salmi dell’Hallel (salmi 115-118), i salmi della lode accompagnati dalla recita di alcune filastrocche. La più famosa è quella che paragona la vicenda d’Israele a quello di un capretto che lungo la storia subisce varie persecuzioni, rappresentate da un gatto, da un cane, da un bastone, etc. ma alla fine incontra la redenzione compiuta da Dio. Così anche nei canti finali traspare la nota di ricordo e di attesa che pervade tutto il seder e che trova espressione nel celebre augurio conclusivo: “L’anno prossimo a Gerusalemme”. 

Un ebreo racconta… «La Pasqua che noi celebriamo è il ricordo dell’uscita dall’Egitto. Uscendo dall’Egitto, il popolo ebraico ha acquistato la libertà, è diventato un popolo in cammino verso la legge, donata 50 giorni dopo, e verso la terra. Noi celebriamo con la Pasqua una libertà ottenuta, una dignità acquisita. E noi benediciamo Dio nella cena pasquale come “colui che ha redento Israele” al passato. Infatti i commentatori si sono chiesti lungo il corso dei secoli, ma adesso siamo asserviti, dispersi, umiliati etc… che senso ha celebrare una dignità acquisita, che una volta acquisita nessuno ci potrà togliere? In quest’evento Dio ci ha sollevato dalla condizione ignobile della schiavitù e ci ha scelto come popolo, quindi celebriamo una scelta, un’elezione, un atto irreversibile come tale: tutte le schiavitù successive della storia non ci potranno cancellare. Però la Pasqua è un modello. È un modello di liberazione futura, per cui il tema della liberazione passa necessariamente attraverso il modello pasquale. Come ci ha liberato dalla schiavitù antica, ci libererà da tutte quelle successive. E la memoria di quella liberazione è la memoria che ci conduce, che ci lega come comunità ad un destino sacro e che ci porta alla fede della successiva redenzione. Quindi è legame essenziale con il passato, ma siccome abbiamo l’obbligo di trasmettere la memoria, è un modello proiettato sul futuro con una richiesta pressante di liberazione» (Riccardo Di Segni, rabbino capo della comunità ebraica in Roma).   Giuseppe di PJ 

Per approfondire  « Breve storia del popolo ebraico »
Maria Luisa Moscati Benigni,
Studiosa delle Comunità ebraiche delle Marche

« Pesach:
Formazione di un popolo »
Scialom Bahbout
Professore di fisica all’Università di Roma. Fondatore del Dac dell’Unione delle Comunità Ebraiche. Rabbino al « Tempio dei Giovani » di Roma

www.morasha.it
un autorevole sito da cui partire per la navigazione all’interno del mondo ebraico italiano 

Publié dans:Approfondimenti |on 3 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Cosa è dunque il mio Dio?

dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/spirit_it.htm

Cammini dello Spirito – sito Vaticano Cosa è dunque il mio Dio? 

« Ma cielo e terra ti comprendono forse, perché tu li riempi? o tu li riempi, e ancora sopravvanza una parte di te, perché non ti comprendono? E dove riversi questa parte che sopravvanza di te, dopo aver riempito il cielo e la terra? O non piuttosto nulla ti occorre che ti contenga, tu che tutto contieni, poiché ciò che riempi, contenendo lo riempi? Davvero non sono i vasi pieni di te a renderti stabile. Neppure se si spezzassero, tu ti spanderesti; quando tu ti spandi su di noi, non tu ti abbassi, ma noi elevi, non tu ti disperdi, ma noi raccogli. Però nel riempire, che fai, ogni essere, con tutto il tuo essere lo riempi. E dunque, se tutti gli esseri dell’universo non riescono a comprendere tutto il tuo essere, comprendono di te una sola parte, e la medesima parte tutti insieme? oppure i singoli esseri comprendono una singola parte, maggiore i maggiori, minore i minori? Dunque, esisterebbero parti di te maggiori, e altre minori? o piuttosto tu sei intero dappertutto, e nessuna cosa ti comprende per intero? Cosa sei dunque, Dio mio? Cos’altro, di grazia, se non il Signore Dio? Infatti chi è Signore all’infuori del Signore, chi Dio, all’infuori del nostro Dio? (Sal 17,32). O sommo, ottimo, potentissimo, onnipotentissimo, misericordiosissimo e giustissimo, remotissimo e presentissimo, bellissimo e fortissimo, stabile e inafferrabile, immutabile che tutto muti, mai nuovo, mai decrepito, rinnovatore di ogni cosa, che a loro insaputa porti i superbi alla decrepitezza (Gb 9,5); sempre attivo, sempre quieto, che raccogli senza bisogno; che porti e riempi e serbi, che crei e nutri e maturi, che cerchi mentre nulla ti manca. Ami, ma senza smaniare, sei geloso e tranquillo, ti penti ma senza soffrire, ti adiri e sei calmo, muti le opere ma non il disegno, ricuperi quanto trovi e mai perdesti; mai indigente, godi dei guadagni; mai avaro, esigi gli interessi; ti si presta per averti debitore, ma chi ha qualcosa, che non sia tua? Paghi i debiti senza dovere a nessuno, li condoni senza perdere nulla. 

Che ho mai detto, Dio mio, vita mia, dolcezza mia santa? Che dice mai chi parla di te? Eppure, sventurati coloro che tacciono di te, poiché sono muti ciarlieri.«     Agostino, Le Confessioni, 1,3-1,4 

Publié dans:spiritualità  |on 3 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Quest’anno cattolici e ortodossi celebrano la Pasqua nello stesso giorno

 dal sito Zenith:

Data pubblicazione: 2007-04-02  Quest’anno cattolici e ortodossi celebrano la Pasqua nello stesso giorno Motivo di grande gioia per i cattolici greci 

SIROS (Grecia), lunedì, 2 aprile 2007 (ZENIT.org).- Quest’anno i cattolici e gli ortodossi celebreranno la Pasqua nello stesso giorno, l’8 aprile. Questa coincidenza è diventata motivo di grande gioia per molti cristiani, come ha testimoniato a ZENIT il presidente della Conferenza Episcopale Cattolica Greca. In genere i cattolici greci, una minoranza in un Paese ortodosso, celebrano – per motivi pastorali – la Pasqua lo stesso giorno della Chiesa ortodossa, per cui si sentono lontani dalle celebrazioni della Chiesa universale.

“Quest’anno anche noi cattolici in Grecia abbiamo la gioia di celebrare la Pasqua con la Chiesa universale”; “l’anno venturo (2008) avremo la differenza di 5 settimane. La Chiesa Cattolica universale celebrerà la Pasqua il 23 Marzo mentre la Chiesa Ortodossa (con la quale noi cattolici Greci celebriamo la Pasqua) celebrerà la Pasqua il 27 Aprile”, ha reso noto monsignor Francesco Papamanolis, dell’ordine dei Frati Minori Cappuccini, Vescovo di Siros, Santorini e Creta.

“Per noi è una sofferenza celebrare la Pasqua separatamente da Roma”, ma è una sofferenza “ancora più grande non celebrare la Pasqua tutti insieme in Grecia”, visto che “molte famiglie sono di mista religione (i matrimoni misti tra cattolico/a e ortodossa/o sono in media del 75%)”, ha aggiunto.

“La diversa data di celebrare la Pasqua crea molti problemi sociali e, per noi, anche problemi pastorali. Il bello sarebbe che si arrivasse ad un accordo e che tutti i cristiani celebriamo la Pasqua tutti insieme”, ha riconosciuto, facendosi eco dell’appello lanciato da Giovanni Paolo II.

Calcolare la data di Pasqua è stato a lungo un problema che vide cimentarsi astronomi e matematici.

Il Concilio di Nicea stabilì che dovesse cadere la domenica dopo il primo plenilunio seguente l’equinozio di primavera.

Ancora oggi la data si individua sulla base dell’equinozio primaverile (21 marzo) e della luna piena (il che la rende “mobile”).

A fare la differenza sono i calendari. La Chiesa cattolica segue quello gregoriano (riformato da Gregorio XIII nel 1582), la Chiesa ortodossa quello giuliano (stabilito da Giulio Cesare nel 46 a.C.).

La prossima volta che la Pasqua coinciderà per cattolici e ortodossi sarà il 4 aprile 2010. 

Omelia del Papa per la Messa nel secondo anniversario della morte di Giovanni Paolo II

Dal sito Zenith:  Data pubblicazione: 2007-04-02 

Omelia del Papa per la Messa nel secondo anniversario della morte di Giovanni Paolo II  CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 2 aprile 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nel corso della Santa Messa celebrata questo lunedì sul sagrato della Basilica Vaticana in suffragio del Pontefice Giovanni Paolo II. 

* * * 
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Due anni or sono, poco più tardi di quest’ora, partiva da questo mondo verso la casa del Padre l’amato Papa Giovanni Paolo II. Con la presente celebrazione vogliamo anzitutto rinnovare a Dio il nostro rendimento di grazie per avercelo dato durante ben 27 anni quale padre e guida sicura nella fede, zelante pastore e coraggioso profeta di speranza, testimone infaticabile e appassionato servitore dell’amore di Dio. Al tempo stesso, offriamo il Sacrificio eucaristico in suffragio della sua anima eletta, nel ricordo indelebile della grande devozione con cui egli celebrava i santi Misteri e adorava il Sacramento dell’altare, centro della sua vita e della sua infaticabile missione apostolica.

Desidero esprimere la mia riconoscenza a tutti voi, che avete voluto prendere parte a questa Santa Messa. Un saluto particolare rivolgo al Cardinale Stanisław Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia, immaginando i sentimenti che si affollano in questo momento nel suo animo. Saluto gli altri Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose presenti; i pellegrini giunti appositamente dalla Polonia; i tanti giovani che Papa Giovanni Paolo II amava con singolare passione, e i numerosi fedeli che da ogni parte d’Italia e del mondo si sono dati appuntamento quest’oggi qui, in Piazza San Pietro.

Il secondo anniversario della pia dipartita di questo amato Pontefice ricorre in un contesto quanto mai propizio al raccoglimento e alla preghiera: siamo infatti entrati ieri, con la Domenica delle Palme, nella Settimana Santa, e la Liturgia ci fa rivivere le ultime giornate della vita terrena del Signore Gesù. Oggi ci conduce a Betania, dove, proprio « sei giorni prima della Pasqua » – come annota l’evangelista Giovanni – Lazzaro, Marta e Maria offrirono una cena al Maestro. Il racconto evangelico conferisce un intenso clima pasquale alla nostra meditazione: la cena di Betania è preludio alla morte di Gesù, nel segno dell’unzione che Maria fece in omaggio al Maestro e che Egli accettò in previsione della sua sepoltura (cfr Gv 12,7). Ma è anche annuncio della risurrezione, mediante la presenza stessa del redivivo Lazzaro, testimonianza eloquente del potere di Cristo sulla morte. Oltre alla pregnanza di significato pasquale, la narrazione della cena di Betania reca con sé una struggente risonanza, colma di affetto e di devozione; un misto di gioia e di dolore: gioia festosa per la visita di Gesù e dei suoi discepoli, per la risurrezione di Lazzaro, per la Pasqua ormai vicina; amarezza profonda perché quella Pasqua poteva essere l’ultima, come facevano temere le trame dei Giudei che volevano la morte di Gesù e le minacce contro lo stesso Lazzaro di cui si progettava l’eliminazione.

C’è un gesto, in questa pericope evangelica, sul quale viene attirata la nostra attenzione, e che anche ora parla in modo singolare ai nostri cuori: Maria di Betania a un certo punto, « presa una libbra di olio profumato di vero nardo, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli » (Gv 12,3). E’ uno di quei dettagli della vita di Gesù che san Giovanni ha raccolto nella memoria del suo cuore e che contengono una inesauribile carica espressiva. Esso parla dell’amore per Cristo, un amore sovrabbondante, prodigo, come quell’unguento « assai prezioso » versato sui suoi piedi. Un fatto che sintomaticamente scandalizzò Giuda Iscariota: la logica dell’amore si scontra con quella del tornaconto.

Per noi, riuniti in preghiera nel ricordo del mio venerato Predecessore, il gesto dell’unzione di Maria di Betania è ricco di echi e di suggestioni spirituali. Evoca la luminosa testimonianza che Giovanni Paolo II ha offerto di un amore per Cristo senza riserve e senza risparmio. Il « profumo » del suo amore « ha riempito tutta la casa » (Gv 12,3), cioè tutta la Chiesa. Certo, ne abbiamo approfittato noi che gli siamo stati vicini, e di questo ringraziamo Iddio, ma ne hanno potuto godere anche quanti l’hanno conosciuto da lontano, perché l’amore di Papa Wojtyła per Cristo è traboccato, potremmo dire, in ogni regione del mondo, tanto era forte ed intenso. La stima, il rispetto e l’affetto che credenti e non credenti gli hanno espresso alla sua morte non ne sono forse una eloquente testimonianza? Scrive sant’Agostino, commentando questo passo del Vangelo di Giovanni: « La casa si riempì di profumo; cioè il mondo si è riempito della buona fama. Il buon odore è la buona fama … Per merito dei buoni cristiani il nome del Signore viene lodato » (In Io. evang. tr. 50, 7). E’ proprio vero: l’intenso e fruttuoso ministero pastorale, e ancor più il calvario dell’agonia e la serena morte dell’amato nostro Papa, hanno fatto conoscere agli uomini del nostro tempo che Gesù Cristo era veramente il suo « tutto ».

La fecondità di questa testimonianza, noi lo sappiamo, dipende dalla Croce. Nella vita di Karol Wojtyła la parola « croce » non è stata solo una parola. Fin dall’infanzia e dalla giovinezza egli conobbe il dolore e la morte. Come sacerdote e come Vescovo, e soprattutto da Sommo Pontefice, prese molto sul serio quell’ultima chiamata di Cristo risorto a Simon Pietro, sulla riva del lago di Galilea: « Seguimi … Tu seguimi » (v 21,19.22). Specialmente con il lento, ma implacabile progredire della malattia, che a poco a poco lo ha spogliato di tutto, la sua esistenza si è fatta interamente un’offerta a Cristo, annuncio vivente della sua passione, nella speranza colma di fede della risurrezione.

Il suo pontificato si è svolto nel segno della « prodigalità », dello spendersi generoso senza riserve. Che cosa lo muoveva se non l’amore mistico per Cristo, per Colui che, il 16 ottobre 1978, lo aveva fatto chiamare, con le parole del cerimoniale: « Magister adest et vocat te – Il Maestro è qui e ti chiama »? Il 2 aprile 2005, il Maestro tornò, questa volta senza intermediari, a chiamarlo per portarlo a casa, alla casa del Padre. Ed egli, ancora una volta, rispose prontamente col suo cuore intrepido, e sussurrò: « Lasciatemi andare dal Signore » (cfr S. Dziwisz, Una vita con Karol, p. 223).

Da lungo tempo egli si preparava a quest’ultimo incontro con Gesù, come documentano le diverse stesure del suo Testamento. Durante le lunghe soste nella Cappella privata parlava con Lui, abbandonandosi totalmente alla sua volontà, e si affidava a Maria, ripetendo il Totus tuus. Come il suo divino Maestro, egli ha vissuto la sua agonia in preghiera. Durante l’ultimo giorno di vita, vigilia della Domenica della Divina Misericordia, chiese che gli fosse letto proprio il Vangelo di Giovanni. Con l’aiuto delle persone che lo assistevano, volle prender parte a tutte le preghiere quotidiane e alla Liturgia delle Ore, fare l’adorazione e la meditazione. E’ morto pregando. Davvero, si è addormentato nel Signore.

« … E tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento » (Gv 12,3). Ritorniamo a questa annotazione, tanto suggestiva, dell’evangelista Giovanni. Il profumo della fede, della speranza e della carità del Papa riempì la sua casa, riempì Piazza San Pietro, riempì la Chiesa e si propagò nel mondo intero. Quello che è accaduto dopo la sua morte è stato, per chi crede, effetto di quel « profumo » che ha raggiunto tutti, vicini e lontani, e li ha attratti verso un uomo che Dio aveva progressivamente conformato al suo Cristo. Per questo possiamo applicare a lui le parole del primo Carme del Servo del Signore, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: « Ecco il mio servo che io sostengo, / il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; / egli porterà il diritto alle nazioni… » (Is 42,1). « Servo di Dio »: questo egli è stato e così lo chiamiamo ora nella Chiesa, mentre speditamente progredisce il suo processo di beatificazione, di cui è stata chiusa proprio questa mattina l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità. « Servo di Dio »: un titolo particolarmente appropriato per lui. Il Signore lo ha chiamato al suo servizio nella strada del sacerdozio e gli ha aperto via via orizzonti sempre più ampi: dalla sua Diocesi fino alla Chiesa universale. Questa dimensione di universalità ha raggiunto la massima espansione nel momento della sua morte, avvenimento che il mondo intero ha vissuto con una partecipazione mai vista nella storia.

Cari fratelli e sorelle, il Salmo responsoriale ci ha posto sulla bocca parole colme di fiducia. Nella comunione dei santi, ci sembra di ascoltarle dalla viva voce dell’amato Giovanni Paolo II, che dalla casa del Padre – ne siamo certi -non cessa di accompagnare il cammino della Chiesa: « Spera nel Signore, sii forte, / si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore » (Sal 26,13-14). Sì, si rinfranchi il nostro cuore, cari fratelli e sorelle, e arda di speranza! Con questo invito nel cuore proseguiamo la Celebrazione eucaristica, guardando già alla luce della risurrezione di Cristo, che rifulgerà nella Veglia pasquale dopo il drammatico buio del Venerdì Santo. Il Totus tuus dell’amato Pontefice ci stimoli a seguirlo sulla strada del dono di noi stessi a Cristo per intercessione di Maria, e ce l’ottenga proprio Lei, la Vergine Santa, mentre alle sue mani materne affidiamo questo nostro padre, fratello ed amico perché in Dio riposi e gioisca nella pace. Amen. 

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