Archive pour le 1 avril, 2007

commento al vangelo del giorno – 2.4.07

dal sito Evangile au Quotidien:

San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Discorsi sul Cantico dei cantici,12

Cospargere i piedi di Cristo dell’unguento della compassione

Vi ho parlato prima di due unguenti spirituali: quello della contrizione, che viene sparso per tutti i peccati ed è simboleggiato attraverso l’unguento di cui la peccatrice cosparse i piedi del Signore: « Tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento »; c’è anche quello della devozione che rinchiude tutti i benefici di Dio… Ma c’è un unguento che li supera ambedue di gran lunga; lo chiamerò l’unguento della compassione. Questo si compone infatti dei tormenti della povertà, delle angosce in cui vivono gli oppressi, delle preoccupazioni della tristezza, delle colpe dei peccatori, insomma di tutte le pene degli uomini, persino dei nostri nemici. Questi ingredienti sembrano indegni eppure l’unguento che compongono è superiore a tutti gli altri. Questo è un balsamo che guarisce: « Beati i misericordiosi, troveranno misericordia » (Mt 5,7).

Così, molte miserie abbracciate sotto uno sguardo compassionevole sono essenze preziose… Beata l’anima che si è curata di fare provviste di questi aromi, di cospargerli dell’olio della compassione e di farli cuocere al fuoco della carità! Chi è, secondo voi, quel « felice uomo pietoso che dà in prestito » (Sal 11,5), portato alla compassione, pronto a soccorrere il prossimo, più contento di dare che di ricevere? Quell’uomo che perdona facilmente, resiste all’ira, non consente alla vendetta, e in ogni cosa guarda come sue le miserie degli altri? Qualunque sia quell’anima impregnata dalla rugiada della compassione, il cui cuore trabocca di pietà, che si fa tutta a tutti, che ritiene se stessa nulla se non un vaso incrinato in cui nulla è tenuto gelosamente, quell’anima così perfettamente morta a se stessa da vivere solamente per gli altri, è felice di possedere quel terzo unguento migliore. Le sue mani distillano un balsamo infinitamente prezioso, che non inaridirà nell’avversità, né sarà disseccato dal fuoco della persecuzione. Dio infatti ricorderà sempre i suoi sacrifici.


 

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La leggiadria del campo fiorito – Sant’Ambrogio

 c’è nel sito Vaticano un settore dedicato alla spiritualità, vi sto attingendo dei testi belli e di grande aiuto per noi nel cammino verso sia questa Pasqua sia nel cammino della vita, ho scelto Sant’Ambrogio un bell’invito alla bellezza di Dio, l’omelia del Papa la metto domani :

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030110_ambrogio_it.html

La leggiadria del campo fiorito  « Che bell’aspetto presenta un «campo pieno»! Quale profumo, quale gioia per l’agricoltore! come potremmo esporlo convenientemente, se dovessimo far affidamento solo sulle nostre parole? Ma noi abbiamo la testimonianza della Scrittura, ove troviamo che la bellezza del campo è equiparata alla bellezza di grazia e benedizione dei santi. Dice il santo Isacco: il profumo di mio figlio è come il profumo di un campo pieno (Gen 27,27). 

A che dunque ricordare le viole purpuree, i gigli candidi, le rose rutilanti, i prati rilucenti di fiori, ora variopinti, ora d’oro splendente, ora azzurrini, dei quali tu non sai se più ti rallegra la magnificenza del colore o la fragranza dell’olezzo. Si pascono gli occhi del dolce spettacolo, e il profumo si diffonde in lungo e in largo e ci riempie di soavità. Perciò è divina la parola del Signore: E la bellezza del campo è con me (Sal 49,11).  È con lui, perché egli l’ha creata. E quale artista sarebbe stato capace di produrre una bellezza tanto eccelsa in una semplice cosa? Osservate i gigli del campo (Mt 6,28): quale candore splende nei loro petali, e come i petali stessi, stretti l’un l’altro, tendono in su, da assumere la forma di un calice, nel cui interno splende l’oro, sicuro da ogni oltraggio, perché la corolla lo circonda come un vallo? E se si volesse sfogliare un fiore, e privarlo dei suoi petali, quale mano d’artista mai saprebbe ridonare al giglio la sua leggiadria? 

Quale maestro saprebbe imitare la natura tanto fedelmente da poter osare la ricostruzione di questo fiore, di cui il Signore stesso ci ha dato splendida testimonianza assicurando che neppure Salomone, in tutta la sua magnificenza, non era vestito come uno di essi (Mt 6,29)? Il re più saggio e più ricco, dunque, è giudicato inferiore alla bellezza di questo fiore.«   Ambrogio, Esamerone, 3,36 

“Settimana Santa a Monreale”, autore Romano Guardini

per oggi, perlomeno per qualche giorno non ho la possibilità ddi scrivere testi copiando dai miei libri del Papa perché ho molte cose da organizzare per questo sito, sia da mettere sul sito francese su questo sever, un po’ per volta mi organizzo, ho cercato delle cose che, comunque sono importanti in questo momento liturgico e vicine come tematiche al pensiero del Papa, in questo caso il giornalista Sandro Magister recupera un testo di Romano Guardini che fu quasi un maestro per l’allora Joseph Ratzinger giovane professore.

dal sito la Chiesa.it de l’Espresso: 

“Settimana Santa a Monreale”, autore Romano Guardini


Una straordinaria lezione di liturgia dal vivo, scritta dal teologo che fu maestro di Joseph Ratzinger. In una pagina per la prima volta tradotta dall’originale tedescodi Sandro Magister

ROMA, 12 aprile 2006 – Mentre a Roma, nella basilica di San Pietro, Benedetto XVI celebra la sua prima settimana santa da papa, in un’altra antica e grandiosa basilica, quella di Monreale in Sicilia, i riti pasquali hanno una “guida” a lui idealmente molto vicina: quella di Romano Guardini, il teologo tedesco dal quale il giovane Joseph Ratzinger più imparò in tema di liturgia.
Guardini visitò la basilica di Monreale nel 1929 e ne raccontò nel suo “Viaggio in Sicilia”.
La visitò nei giorni della Settimana Santa: il giovedì durante la messa crismale e il sabato, durante la veglia che all’epoca si celebrava di mattina.
L’attuale arcivescovo di Monreale, Cataldo Naro, ha ripreso quel racconto di Guardini dall’originale tedesco, l’ha tradotto e l’ha riproposto ai fedeli all’interno di una lettera pastorale dal titolo “Amiamo la nostra Chiesa”. Come a far da guida alle celebrazioni liturgiche d’oggi.
In quella pagina, il grande teologo tedesco scrisse tutto il suo stupore per la bellezza della basilica di Monreale e lo splendore dei suoi mosaici.
Ma soprattutto scrisse d’essere stato colpito dai fedeli che assistevano al rito, dal loro “vivere-nello-sguardo”, dalla “compenetrazione” tra questo popolo e le figure dei mosaici, che da esso prendevano vita e movimento.
“Gli sembrò – nota l’arcivescovo Naro nella lettera pastorale – che quel popolo sperimentasse un modo esemplare di celebrare la liturgia: con la visione”.
La basilica di Monreale, capolavoro dell’arte normanna del XII secolo, ha le pareti interamente rivestite da mosaici a fondo d’oro con le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, gli angeli e i santi, i profeti e gli apostoli, i vescovi e i re, e il Cristo “Pantocrator”, reggitore di tutto, che dall’abside avvolge con la sua luce, il suo sguardo, la sua potenza il popolo cristiano.
Ecco qui di seguito il racconto della visita di Guardini a Monreale tradotto dal suo “Reise nach Sizilien [Viaggio in Sicilia]”.
L’originale tedesco è in R. Guardini, “Spiegel und Gleichnis. Bilder und Gedanken [Specchio e parabola. Immagini e pensieri]”, Grünewald-Schöningh, Mainz-Paderbon, 1990, pp. 158-161.
“Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica…”
di Romano Guardini

Oggi ho visto qualcosa di grandioso: Monreale. Sono colmo di un senso di gratitudine per la sua esistenza. La giornata era piovosa. Quando ci arrivammo – era giovedì santo – la messa solenne era oltre la consacrazione. L’arcivescovo per la benedizione degli olii sacri stava seduto su un posto elevato sotto l’arco trionfale del coro. L’ampio spazio era affollato. Ovunque le persone stavano sedute sulle loro sedie, silenziose, e guardavano.

Che dovrei dire dello splendore di questo luogo? Dapprima lo sguardo del visitatore vede una basilica di proporzioni armoniose. Poi percepisce un movimento nella sua struttura, e questa si arricchisce di qualcosa di nuovo, un desiderio di trascendenza l’attraversa sino a trapassarla; ma tutto ciò procede fino a culminare in quella splendida luminosità.

Un breve istante storico, dunque. Non dura a lungo, gli subentra qualcosa di completamente Altro. Ma questo istante, pur breve, è di un’ineffabile bellezza.

Oro su tutte le pareti. Figure sopra figure, in tutte le volte e in tutte le arcate. Fuoriuscivano dallo sfondo aureo come da un cosmo. Dall’oro irrompevano ovunque colori che hanno in sé qualcosa di radioso.

Tuttavia la luce era attutita. L’oro dormiva, e tutti i colori dormivano. Si vedeva che c’erano e attendevano. E quali sarebbero se rifulgesse il loro splendore! Solo qui o là un bordo luccicava, e un’aura chiaroscura si spalmava sul mantello blu della figura del Cristo nell’abside.

Quando portarono gli olii sacri alla sagrestia, mentre la processione, accompagnata dall’insistente melodia dell’antico inno, si snodava attraverso quella folla di figure del duomo, questo si rianimò.

Le sue forme si mossero. Entrando in relazione con le persone che avanzavano con solennità, nello sfiorarsi delle vesti e dei colori alle pareti e nelle arcate, gli spazi si misero in movimento. Gli spazi vennero incontro alle orecchie tese in ascolto e agli occhi in contemplazione.

La folla stava seduta e guardava. Le donne portavano il velo. Nei loro vestiti e nei loro panni i colori aspettavano il sole per poter risplendere. I volti marcati degli uomini erano belli. Quasi nessuno leggeva. Tutti vivevano nello sguardo, tutti erano protesi a contemplare.

Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica: la capacità di cogliere il “santo” nell’immagine e nel suo dinamismo. 

* * * 

Monreale, sabato santo. Al nostro arrivo la cerimonia sacra era alla benedizione del cero pasquale. Subito dopo il diacono avanzò solennemente lungo la navata principale e portò il Lumen Christi.L’Exsultet fu cantato davanti all’altare maggiore. Il vescovo stava seduto sul suo trono di pietra elevato alla destra dell’altare e ascoltava. Seguirono le letture tratte dai profeti, ed io vi ritrovai il significato sublime di quelle immagini musive.

Poi la benedizione dell’acqua battesimale in mezzo alla chiesa. Intorno al fonte stavano seduti tutti gli assistenti, al centro il vescovo, la gente stava attorno. Portarono dei bambini, si notava la fierezza commossa dei loro genitori, ed il vescovo li battezzò.

Tutto era così familiare. La condotta del popolo era allo stesso tempo disinvolta e devota, e quando uno parlava al vicino, non disturbava. In questo modo la sacra cerimonia continuò il suo corso. Si dislocava un po’ in tutta la grande chiesa: ora si svolgeva nel coro, ora nelle navate, ora sotto l’arco trionfale. L’ampiezza e la maestosità del luogo abbracciarono ogni movimento e ogni figura, li fecero reciprocamente compenetrare sino ad unirsi.

Di tanto in tanto un raggio di sole penetrava nella volta, e allora un sorriso aureo pervadeva lo spazio in alto. E ovunque su un vestito o un velo ci fosse un colore in attesa, esso era richiamato dall’oro che riempiva ogni angolo, veniva condotto alla sua vera forza e assunto in una trama armoniosa che colmava il cuore di felicità.

La cosa più bella però era il popolo. Le donne con i loro fazzoletti, gli uomini con i loro mantelli sulle spalle. Ovunque volti marcati e un comportamento sereno. Quasi nessuno che leggeva, quasi nessuno chino a pregare da solo. Tutti guardavano.

La sacra cerimonia si protrasse per più di quattro ore, eppure sempre ci fu una viva partecipazione. Ci sono modi diversi di partecipazione orante. L’uno si realizza ascoltando, parlando, gesticolando. L’altro invece si svolge guardando. Il primo è buono, e noi del Nord Europa non ne conosciamo altro. Ma abbiamo perso qualcosa che a Monreale ancora c’era: la capacità di vivere-nello-sguardo, di stare nella visione, di accogliere il sacro dalla forma e dall’evento, contemplando.

Me ne stavo per andare, quando improvvisamente scorsi tutti quegli occhi rivolti a me. Quasi spaventato distolsi lo sguardo, come se provassi pudore a scrutare in quegli occhi ch’erano già stati dischiusi sull’altare .

__________

La lettera pastorale dell’arcivescovo di Monreale, Cataldo Naro, che include il brano di Romano Guardini sopra riportato:

> “Amiamo la nostra Chiesa”E la home page del sito dell’arcidiocesi:

> Arcidiocesi di Monreale__________

Il legame tra Benedetto XVI e Romano Guardini è evidentissimo fin nel titolo del libro “Introduzione allo spirito della liturgia” pubblicato dall’attuale papa nel 1999.

La prefazione del libro così comincia:

“Una delle mie prime letture dopo l’inizio degli studi teologici, al principio del 1946, fu l’opera prima di Romano Guardini ‘Lo spirito della liturgia’, un piccolo libro pubblicato nella Pasqua del 1918. Quest’opera contribuì in maniera decisiva a far sì che la liturgia, con la sua bellezza, la sua ricchezza nascosta e la sua grandezza che travalica il tempo, venisse nuovamente riscoperta come centro vitale della Chiesa e della vita cristiana. [...] Questo mio libro vorrebbe proprio rappresentare un contributo a tale rinnovata comprensione”.

Lo scorso giovedì 6 aprile, rispondendo in piazza San Pietro alla domanda di un giovane sulla sua vocazione, Benedetto XVI è tornato a sottolineare che essa sbocciò e fiorì, quand’era ragazzo, proprio con la “scoperta della bellezza della liturgia”. Perchè “realmente nella liturgia la bellezza divina ci appare e si apre il cielo”.

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